Il pozzo sacro di “Cuccuru Nuraxi”

 

Il pozzo sacro di “Cuccuru Nuraxi”

di Pier Giorgio Ibba e Pietro Ruiu

(Scritto destinato al volume del distretto 2080: I clubs 2080 si raccontano)

 

Nel territorio del nostro Club,  ai margini dell’abitato di Settimo San Pietro (ubicato a sei chilometri da Quartu Sant’Elena), sulla sommità di una collina di forma conica denominata Cuccuru Nuraxi (”colle del nuraghe”), che si eleva di circa 40 metri rispetto alla pianura circostante, si trovano i ruderi di un grandioso nuraghe complesso, di cui si conservano i tratti di almeno due torri collegate tra loro da un breve muro rettilineo e da un cortile.

 

Al nuraghe, edificato secondo i canoni dell’architettura megalitica con grandi massi in arenaria e puddinga, originalmente costituito da torri attorno al quale si sviluppava un villaggio, è collegato un pozzo, che svolgeva una evidente funzione rituale legata al culto delle acque, elemento fondamentale della religione nuragica (fig. 1).

Pertanto, Cuccuru Nuraxi è annoverato tra i circa cinquanta  pozzi sacri  finora censiti nell’Isola (chiamati, anche, templi a pozzo), che sono elementi distintivi del megalitismo Sardo.

 

Ma il pozzo sacro di Cuccuru Nuraxi gode di una particolarità distintiva: è l’unico collocato sulla cima di un’altura (anziché a valle, dove usualmente vengono realizzate le opere atte alla captazione della falda freatica) e,  verosimilmente, fu realizzato in una fase successiva alla costruzione del complesso nuragico databile  tra la seconda metà del II millennio a.C. e gli inizi del I.

 

Ad esplorare il sito, già individuato dallo storico Canonico Giovanni Spano sin dal 1867, fu, alla fine degli anni cinquanta, l’archeologo Enrico Atzeni, che scavò l’interessantissimo pozzo con annesso un pozzetto votivo di m. 3 di profondità. Il pozzetto votivo, collocato nel cortile del nuraghe, rivestito di lastrine di arenaria e da piccole pietre tufacee legate con malta di fango, si presenta con un'imboccatura circolare affiorante dal piano di calpestio di m 1,5. Al suo interno furono ritrovati numerosissimi  frammenti di ceramiche medio-nuragiche misti a ceneri e resti di pasto.

 

 

 

 

 

 

Fig. 1 – Sezione del pozzo sacro e particolare della ghiera

 

Da una scalinata  monumentale che  parte da una delle due torri del nuraghe (coperta da sette architravi gradinati e costituita da 17 gradini stretti e ripidi) si accede ad una camera  a "tholos" (cioè chiusa in alto da una pseudo-cupola) con sezione ogivale, alta circa cinque  metri e con diametro basale di 2,50 metri (fig.2).

 

Tra la rampa e il pavimento della "tholos"  c’è un salto di 1,75 metri, che anticamente doveva essere superato con una scala di legno. Sul pavimento della camera si apre il pozzo vero e proprio, bordato da una bella ghiera circolare monolitica scolpita con una sagoma a cornice, del diametro esatto di un metro (fig.3).

 Fig.2 – Camera a “Tholos”

 

 

 

 

 Fig. 3 – I gradoni inferiori della scala e la ghiera

(foto di Enrico Atzeni)

 

Nel 2001 sono stati condotti scavi subacquei, che hanno permesso di studiare, nel dettaglio, l’interno della  canna d’acqua di forma cilindrica, foderata da filari di pietre, che scende per una profondità di 12 metri fino ad innestarsi in uno stretto sifone scavato nella roccia, che sprofonda ulteriormente per oltre 10 metri.

 

Del tempio a pozzo non si conserva il vestibolo; tale ambiente a pianta rettangolare (posto a livello del suolo e coperto con un doppio tetto spiovente) era, al pari della scalinata monumentale e della camera a "tholos",  una delle tre componenti architettoniche  fondamentali di tale tipologia di  templi.

 

Il complesso  era probabilmente racchiuso da un recinto sacro dove si trovavano, addossati lungo i muri perimetrali, dei banchi di pietra sui quali venivano deposte le offerte votive e gli oggetti di culto. L’insieme architettonico dei pozzi era infatti concepito per celebrare il culto animistico dell’acqua, elemento allo stesso tempo prezioso per la sopravvivenza delle comunità nuragiche e carico di valenze sacre.

 

I pozzi sacri erano anche un luogo di pellegrinaggio: gli studiosi suppongono che in determinati periodi dell'anno le popolazioni nuragiche del territorio circostante,  si radunassero in questi luoghi di culto offrendo, come ex voto, i notissimi “bronzetti nuragici”, splendide realizzazioni artistiche che rappresentavano generalmente guerrieri, o cacciatori (fig. 4 - 5).


                                             

    Fig. 4 – Bronzetto raffigurante un arciere     - Sardara (CA) -                 Fig. 5 – Bronzetto raffigurante due lottatori             Uta (CA) -

                                                                                                                 

 

L’esistenza di questi pellegrinaggi è confortata dalla scoperta, nelle immediate vicinanze di molti dei pozzi sacri, di basamenti di capanne. Questi elementi, nella loro struttura, non si discostano molto dalle piccole abitazioni (chiamate in lingua sarda cumbessias o muristenes), che generalmente si trovano in prossimità di molte chiesette cristiane sparse nella campagna sarda.

 

Alcuni scrittori dell’età classica riferiscono come in Sardegna, con le acque di alcune fonti, si praticasse una sorta di “ordalia”, o “giudizio divino”: gli accusati di furto, bagnati con tali acque, se colpevoli divenivano ciechi mentre gli innocenti, al contrario, miglioravano la propria vista.

 

Nel suo ultimo libro “Il pozzo di Santa Cristina, un osservatorio lunare” l'archeo-astronomo Arnold Lebeuf, sostiene che un altro ben noto  pozzo nuragico, quello di Santa Cristina di Paulilatino, non sarebbe stato un luogo esclusivamente dedicato al culto delle acque,  ma anche un osservatorio astronomico tra più perfetti dell'antichità. Egli ritiene che i sardi nuragici avessero profonde conoscenze oltre che nei campi dell’Architettura e della Matematica, anche in quelli dell’Astronomia e conoscessero concetti avanzati come “eclittica” e “lunistizi”, tanto da realizzare i pozzi in maniera tale che la luce vi cadesse in modo da  individuare sempre una ben precisa fase lunare, "l'eccellenza della sua realizzazione è di tale precisione che per un solo istante si possa pensare sia frutto del caso (cit.)".

 

Questa teoria è  sostenuta da altri studiosi secondo i quali i pozzi sacri disseminati su tutto il territorio della Sardegna furono costruiti seguendo un particolare orientamento astronomico in modo tale che la Luna, nella sua massima declinazione (ogni 18 anni e sei mesi), potesse specchiarsi  esattamente dentro il pozzo attraverso il foro nella “thòlos”;  mentre il Sole, attraverso le scalinate di accesso alla sorgente, durante gli equinozi primaverili ed autunnali, potesse riflettersi in determinati pozzi sacri, e, durante i solstizi estivi ed invernali, in altri. 

 

I Nuragici, oltre che apprezzati guerrieri, agricoltori ed allevatori, quindi, erano, anche provetti architetti, astronomi, matematici ed avevano un idioma (parlato e scritto) adatto a tramandare le conoscenze nei secoli.

Le opere megalitiche realizzate palesano le loro consolidate conoscenze in Architettura; l’orientamento e la precisione nella realizzazione dei pozzi sacri, dimostrano quelle in Astronomia; l’esatta dimensione di alcuni elementi strutturali (come il foro di accesso al pozzo di Cuccuru Nuraxi, della dimensione esatta di un metro), quelle in Matematica, rese ulteriormente emblematiche  dal fatto che, nello stesso periodo storico, tale misura (il metro) è stata utilizzata anche in Bulgaria (villaggio di Garlo) ed in Ucraina (asclepion del Chersoneso) da popolazioni provenienti dall’Eurasia sud-orientale (Mesopotamia), anticipando di 32 secoli l’introduzione del Sistema Metrico Decimale.

 

Bibliografia
E. Contu, "L'architettura nuragica", in Ichnussa: la Sardegna dalle origini all'età classica, Milano, Scheiwiller, 1981, pp. 115, 117;
E. Atzeni-P. Bernardini-G. Tore, "Il tempio a pozzo di Cuccuru Nuraxi: Settimo S. Pietro - Cagliari", in La Sardegna nel Mediterraneo tra il secondo e il primo millennio a.C., Atti del 2° convegno Un millennio di relazioni fra la Sardegna e i paesi del Mediterraneo, Cagliari, 1987, pp. 279-297;
G. Lilliu, La civiltà dei Sardi dal paleolitico all’età dei nuraghi, Torino, Nuova ERI, 1988, pp. 524, 527, 588.